Il Collettivo Menti Libere sulle rotte balcaniche, 10 anni dopo: Trieste – Sarajevo, la prima parte del viaggio
Trieste, Piazza della Repubblica. Di fronte alla stazione dei treni decine di persone, di varie nazionalità, accolgono il gruppo di volontarie, e qualche volontario, dell’Associazione Linea d’ombra. L’associazione giornalmente porta supporto alle persone in movimento che arrivano dalle rotte balcaniche: cibo, medicazioni, coperte e indumenti.
Il rotolo accoglie i primi disegni, parole di pace e di libertà, tante lingue e culture unite in un unico racconto da scrivere insieme nel lungo mese di viaggio lungo i Balcani che ci attende.
Tante persone lasciano il segno sul lungo pezzo di carta che da dieci anni il Collettivo Menti Libere porta lungo le rotte migratorie.
Negli ultimi quindici anni le rotte balcaniche sono drasticamente cambiate, come, più in generale, quelle che puntano alla fortezza Europa.
Se dal 2010, con l’entrata in vigore del regime visa free, il numero di richiedenti asilo saliva di continuo con un picco di oltre 700.000 persone transitate nel 2015, a metà di quell’anno la situazione cambia con un rapido effetto domino.
Quando l’ungherese Orbàn a giugno annuncia la chiusura dei suoi confini con Serbia e Croazia, quasi tutta la pressione del flusso si concentra su Croazia e Slovenia trasformando la parte alta dei Balcani Occidentali in un collo di bottiglia e inaugurando la “corsa alla fortificazione”.
A novembre i vari Stati erigono muri di filo spinato lungo i propri confini meridionali ed Austria, Slovenia e Croazia decidono di lasciar passare solo persone siriane, irachene e afghane.
I restanti, principalmente sudanesi, somali e pakistani, vengono bollati ingiustamente come “migranti economici” e bloccati all’interno di questo perverso gioco dell’oca.
Da quel momento, con l’ausilio finanziario della Comunità Europea e la cooperazione di Frontex (Agenzia europea di guardia terrestre e costiera), i confini di questa regione si sono fatti sempre più ermetici e pericolosi.
Dalla famosa “crisi migratoria” del 2015-‘16 l’Unione Europea si è sempre più adoperata a gestire con fermezza l’emergenza delegando a Paesi terzi il contenimento coercitivo e forzato delle persone in movimento.
I flussi di persone che passano per i Balcani per raggiungere l’Europa sono calati a suon di muri e respingimenti forzati, i cosiddetti pushback, vietati dalla Convenzione di Ginevra del 1951.
Oggi siamo tornati su quelle rotte, percorrendole a ritroso, esattamente dieci anni dopo.
Un van, nove zaini, una nutrita scorta alimentare – da buoni italiani – e la voglia condivisa di viaggiare, conoscere e mettere a nudo l’umanità che ci rende universalmente uguali.
Si parte.
Bihać, Bosnia e Erzegovina. Il tempo è ovattato, denso, come le nubi di sbuffi di tabacco dei tanti avventori dei bar balcanici.
L’accoglienza delle operatrici del centro per minori di Bihać ci riporta a quel sentimento di accoglienza, condivisione, intimità, che fa della casa un luogo nomade, uno zaino che ci si porta appresso, colmo di ricordi, identità, sogni. Uno zaino da aprire, svuotare, lasciando lungo il percorso piccole briciole, scambi e doni da condividere, per poi tornare a riempirlo e riprendere il cammino.
Bihać, insieme a Velika Kladusa, è stata punto cruciale per i flussi migratori in questi anni, luogo di passaggio da cui iniziare questa ultima parte di Game, il pericoloso e difficilissimo tratto croato della rotta costellato da dispositivi di controllo, polizia e gang criminali.
Le bambine ed i ragazzi del centro per minori di IPSIA, l’Istituto italiano che gestisce il centro per minori e che opera in Bosnia dal 1997, ci accolgono a braccia aperte. Dario, Natàsh, Viktoria, Martina: quattro di sette fratelli rom. Parlano bosniaco, inglese, francese.
“Sono cittadini del mondo, glielo si legge negli occhi che portano la tenerezza della loro età e la scaltrezza di chi ha vissuto un bagaglio di esperienze troppo adulte per la loro giovane età” commenta a caldo Annalia, l’unica donna di questo gruppo in viaggio.
Insieme a loro Nafali, un ragazzo del Gambia, che sogna di diventare ingegnere e di portare al mondo parole di pace. Parla cinque lingue e ora sta studiando bosniaco e italiano. Vorrebbe raggiungere sua zia, in Spagna. E nonostante questo, ha iniziato un percorso scolastico in Bosnia e sta imparando il serbo-croato. Suo padre, attivista gambiano ucciso perché oppositore del regime, gli ha trasmesso la passione per la lettura. Ci sono anche un ragazzo egiziano e uno siriano. Una flotta di anime coraggiose, intrepide, disarmanti. In attesa.
Non siamo venuti qui solo per conoscerli e per imparare, da chi opera nel campo con professionalità e soprattutto con umanità, come è cambiata e come sta cambiando la rotta balcanica oggi.
Tiriamo fuori le nostre armi, le bombolette, che in mano a queste persone iniziano a trasformare il muro bianco del centro: una colomba alata, simbolo di pace e libertà.
Un messaggio che possa accompagnare, con i suoi colori e forme, le giornate che i bambini trascorrono in questo luogo.
Il rotolo nel frattempo tocca vari punti della cittadina bosniaca e s’imbatte in Jamal, ragazzo trentenne marocchino. Ragazzo a modo, elegante, con un cappello in lana azzurro. Ama il freddo e vorrebbe andare in Norvegia.
Ci racconta della sua fanciullezza in Marocco nell’orfanotrofio dove è cresciuto. Ci disegna il suo deserto, la famosa città di Ouarzazate e ci mostra la sua casa temporanea: una tenda in una casa abbandonata. Vive da solo, per non dare nell’occhio, e perché ama la solitudine.
Ma anche perché il campo ufficiale di Lipa, gestito dal Ministero, è imboscato tra le montagne e dista dal centro abitato più di 25 km.
Jamal ha provato quattro volte a passare il confine per raggiungere la Slovenia, invano. Tre volte da solo, l’ultima, con altri tre ragazzi. Dopo giorni di cammino attraversando fiumi e montagne, il grande ostacolo è stato la polizia croata, che li ha rispediti in Bosnia: pushback.
Quando non sono i poliziotti ad effettuare questi respingimenti illegali ci pensano le gang criminali che pattugliano i confini derubando e a volte sequestrando le persone in transito.
Ce lo racconta Guy Nzolani, che insieme ai suoi due cugini è stato fermato da mafiosi afghani sul confine bosniaco-croato. Un viaggio, quello del game, che si è rivelato per loro, come per altre migliaia di persone, un incubo.
Fortunatamente i malviventi non hanno trovato contanti, ma solo i cellulari dei tre. Dal Congo sono arrivati direttamente in Turchia, per poi rimanere incastrati nel collo di bottiglia balcanico. Sono tornati in un campo ufficiale nella zona industriale di Sarajevo, a recuperare forze e forse anche soldi prima di riprovare un’ennesima volta il game con un ingrediente segreto: l’attitudine al sorriso tipica del West Africa, che per ora resiste.
Ph Credits Michele Cattani
Migrart: L’arte come incontro è un progetto a cura dell’Associazione Menti Libere. Dopo dieci anni di rotte balcaniche, ha deciso di intraprendere lo stesso tragitto del 2015 per documentare la situazione e i cambiamenti. Il viaggio si concluderà a Istanbul, dopo aver realizzato dei progetti artistici in Bulgaria e in Grecia.










