Il Collettivo Menti Libere sulle rotte balcaniche, 10 anni dopo: Bulgaria
Dopo dieci anni siamo tornati a ripercorrere la stessa rotta balcanica per capire e testimoniare quali siano i cambiamenti in corso.
Partiamo da Trieste in nove. Un gruppo eterogeneo composto da artisti, fotografi, cuochi e un videomaker. Un mese di viaggio e un furgone attrezzato.
Dopo due settimane tra Bosnia e Serbia, con la vista di un pickup di Frontex appostato in una delle ultime stradine montane serbe prima della frontiera, entriamo in Bulgaria.
Siamo arrivati in una cittadina di ventimila anime che sembra uno di quei posti dimenticati da Dio, e, pare, anche dall’Europa.
Harmanli, sud est della Bulgaria, è a due passi dal triplice confine con Grecia e Turchia. Siamo qui grazie ai contatti del Collettivo vicentino Rotte balcaniche e ospiti dell’ong tedesca MedicalSolidarietyInternationa
Una città senza cronaca, che non trasmette una chiara narrazione di sé. Uno spettro grigio che mostra al massimo le sue variazioni nel colore. Grigia, come la zona che comprende la sua frontiera con la Turchia: il primo muro con cui l’UE si difende dai flussi migratori in entrata.
Un arcobaleno si fa breccia tra le nuvole uggiose, regalando un attimo di spensieratezza. Sorge esattamente nel punto in cui lo sguardo incontra il campo ufficiale per le persone in movimento. Un edificio grande, giallo. Spento.
In questo momento ci sono circa duecento persone, un numero esiguo rispetto ai mesi precedenti. Il confine si è fatto sempre più invalicabile, i pushback illegali sempre più frequenti e spesso violenti. Nel solo 2024 la Bulgaria ha respinto alle sue frontiere 50.000 persone. Sono sempre più numerosi infatti i casi di violenza della polizia di frontiera ai danni delle persone in movimento. Ne è la prova la recente conferma di Frontex della colpa delle autorità bulgare per la morte per ipotermia di tre minori egiziani. L’arcobaleno dura due minuti esatti, poi i colori si disperdono negli sguardi vacui di quei pochi cittadini che passeggiano per la città. Dura due minuti l’arcobaleno, meno del tempo che serve per bere un caffè.
All’interno del campo di Harmanli, duecento persone tra famiglie e minori non accompagnati vivono in attesa di una risposta alla loro domanda di protezione umanitaria, un lasciapassare per continuare il viaggio, con la speranza nel cuore di un’Europa più luminosa.
Durante le nostre attività artistiche con le persone nella cittadina bulgara, raccogliamo decine di disegni nel lungo rotolo di carta che ci sta accompagnando. Piccoli momenti di spensieratezza, storie che prendono vita grazie ai colori. Lo riempiono disegni di case, di sogni e bandiere, le loro radici. La maggior parte delle persone che si trova ad Harmanli proviene dalla Siria e dal Kurdistan siriano, ma ci sono anche famiglie palestinesi e ragazzi marocchini ed egiziani.
Conosciamo una famiglia curdo-siriana scappata dal Rojava, che ci racconta la sua storia. Ali e Lyana (nomi di fantasia), marito e moglie, incinta di una bimba, e due figli di 9 e 12 anni. Riescono a passare il confine tra Turchia e Bulgaria, ma ad attenderli un incubo che nemmeno in Turchia avevano vissuto. La polizia li prende e li separa, li porta nel campo di detenzione di Lyubimets. Per una settimana non sanno nulla gli uni degli altri. Poi finalmente vengono riuniti in una stanza chiusa insieme ad altre persone. La finestra è chiusa, è estate, Lyana è al quinto mese. Non c’è ossigeno. Il medico del campo di soppiatto porta loro un ventilatore. In più di un’occasione gli agenti del campo cercano invano di convincere Ali a firmare il modulo di rimpatrio volontario per tornare in Siria, un Paese ancora attraversato da numerosi conflitti diffusi che l’UE considera però sicuro.
Un incubo durato tre mesi, da cui questa famiglia fortunatamente è uscita, riuscendo a trovare un minimo di stabilità grazie all’immensa tenacia. Ali lavora come cuoco, i bimbi grandi, che hanno imparato il bulgaro nel campo di detenzione, vanno a scuola. Hanno trovato un piccolo appartamento dove stare. Il proprietario ha garantito che non li manderà via. I bambini trainano la speranza della famiglia.
Una situazione, quella bulgara, avvolta da una nube grigia. Man mano che il confine si fa sempre più invalicabile, calano i numeri di persone in entrata, diminuiscono anche le ong che operano nel territorio e si abbassa l’attenzione mediatica. A discapito delle persone che spesso rimangono bloccate in quel limbo di attesa che diventa impotenza e genera ulteriori traumi.
In quello stesso limbo dove però, nonostante tutto, ci sono ancora volontarie ed operatrici umanitarie, quasi sempre donne, che si spendono nella prima linea dell’accoglienza.















