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COBRADORES


Semplici bigliettai o eroi contemporanei dei mezzi di trasporto?

Sono in molti, moltissimi.

Almeno tanti quanti i mezzi di trasporto che permettono, anche se con lunghe ore di attesa nel traffico e molti cambi, di mantenere una megalopoli come Lima connessa e mobilizzata, sfrecciando sull’asfalto e le buche a folli velocità in un’impresa di slalom gigante senza moviola.

Un esercito non ufficiale ma tutt’altro che silenzioso, al contrario: un cobrador deve avere la più forte delle voci per poter prevaricare sul rombo dei cavalli vapore, sulle urla strazianti dei clacson, sulla concorrenza sfrenata dei suoi colleghi e riuscire ad accaparrarsi il maggior numero di clienti dandoli in pasto alla sua combi sgangherata.

Chiunque si sia mosso per la capitale peruviana senza mai imbattersi in uno di questi professionisti del biglietto e del portellone, per sfiducia o timore, non può vantarsi di aver vissuto un’esperienza completa.

Prima di iniziare a decantare le gesta di questo nostro eroe contemporaneo ed animale mitologico dei mezzi di trasporto credo sia necessario partire da una breve descrizione del suo habitat naturale: la combi, un miracolo della metafisica moderna.

Questo quadrupede su ruote esternamente ricorda in tutto e per tutto i vecchi furgoncini volkswagen che hanno fatto sognare generazioni di figli dei fiori; dal canto suo invece questo veicolo cadrebbe meglio nella categoria di “figlio dei fori”. Fori negli abiti di chi ci lavora, fori nella tappezzeria dei sedili, fori nel pavimento (dai quali con si può facilmente intrattenere durante il viaggio per mezzo di una splendida vista sulla pavimentazione stradale) e, perché no, ogni tanto qualche onesto foro negli esausti pneumatici che hanno macinato diverse migliaia di chilometri di carreteras, lisci come il panno di un biliardo professionale. Colori e lettere, quando non cancellati da graffi ed ammaccature, caratterizzano le diverse linee in un tripudio di nomi impronunciabili come ESTMARSA, ETUCHISA, LIPETSA, EMTESSA, ETUPSA, ETGUSICSA, ECCETERA, il tutto accompagnato da improbabili accostamenti di adesivi che spaziano in una fauna che parte da Gesù Cristo e arriva a Che Guevara. E non si può certo dire che l’interno del mezzo sia meno fantasioso! Nella notte sfoggia luminose strisce led di differenti colori, in modo da far sentire in discoteca anche chi si trova imbottigliato nel traffico dopo una lunga giornata di lavoro. C’è chi racconta anche di modelli che mettevano a disposizione dei clienti schermi televisivi appesi chissà dove e chissà come che trasmettevano improbabili programmi.

La sera, sfruttando l’amnistia del buio molto spesso due o più bare a motore si lanciano in folli gare di velocità in una sorta di GP di Lima che non prevede pubblico ma riesce comunque a riempire le pagine di cronaca dei giornali, il tutto per ottenere quei soles in più che a malapena ripagheranno lo spreco di gasolio. Ma non importa, perché sostenute dalle preghiere dei passeggeri quasi sempre ne escono illese e con l’orgoglio di esserne ancora all’altezza.

Nonostante la diversità che si possa riscontrare tra i vari esemplari, questa razza è caratterizzata da pochi ma inconfondibili tratti comuni. Innanzitutto le dimensioni, comode ed ergonomiche per tutti, con l’unico requisito di non superare il metro e mezzo di altezza. In caso contrario gli avventori possono sempre specializzarsi nell’arte del contorsionismo. Così facendo possono facilmente trovare la propria maniera di sopravvivere agli angusti spazi che altrimenti li opprimerebbero nella crudele dittatura del centimetro cubo.

La combi è la vera regina delle strade della capitale e fa inchinare innanzi a sé una schiera di sudditi che vanno dalle macchine lussuose ai suoi cugini più piccoli, ovvero i miliardi di mototaxi simili a moscerini multicolore e troppo cresciuti che affollano ogni angolo delle periferie. Le uniche eccezioni al suo predominio assoluto sono gli enormi camion, che in genere pascolano tranquilli a mandrie per la Panamericana, e gli autobus di linea, cocciuti e prepotenti soprattutto in prossimità delle fermate che si trovano a condividere; nulla possono però contro l’agilità e la versatilità del mezzo prediletto della città, che con abili mosse riesce ad insinuarsi in ogni spazio, ormai vaccinato contro i clacson di coloro ai quali taglia la strada e gli scontri ravvicinati.

Infine, l’incredibile propulsione di questa meraviglia delle più avanzate tecnologie in campo di scattante mobilità su ruote è… vabbè, tralasciamo questa parte che in ogni caso nell’infarto viario del traffico limeño non è una prerogativa poi così indispensabile.

Riprendiamo piuttosto la situazione che avevamo lasciato, in cui avevamo un cobrador mimetizzato nella jungla di cemento mentre si accingeva a procurarsi anch’oggi il pane quotidiano.

Il momento della caccia è di fondamentale importanza.

Dopo pochi attimi, senza esitazione, il mezzo si avvicina alla fermata sprezzante dei limiti di velocità e delle tavole della legge, cogliendo di sorpresa enormi branchi di avventori. Questi, pronti a lottare tra di loro in un processo di selezione artificiale per ottenere un posto a sedere, ben sanno che chi resta in piedi non avrà la possibilità di ergersi in tutta la sua altezza ma dovrà affrontare il viaggio chino e sottomesso alle lamiere ed alla musica.

Inevitabilmente, reggaetton.

Ma torniamo alla sublime scena di arte venatoria.

Il veicolo frena di colpo, noncurante degli sventurati che già soffrono al suo interno tra il caldo e il poco spazio, per far scendere lui, il nostro esemplare maschio e adulto di cobrador, nascosto fino a pochi secondi prima sotto un’ascella protettrice o appeso a penzoloni appena fuori dal portellone laterale rigorosamente spalancato. Comincia ad invocare con tutta l’aria che ha nei polmoni i nomi delle fermate che seguiranno, traffico e motore permettendo, enunciate con la solennità di un inno sacro rivolto a innumerevoli e misteriosi santi.

Pamplona Alta, prega per noi.

Toda Javier Prado, prega per noi.

La Molina, prega per noi.

Come gazzelle vigili nella savana i clienti tendono l’orecchio alle vibrazioni dell’aria in ricerca del richiamo tanto atteso ed appena arriva si precipitano nella corsa al trono, pardon, al sedile.

Uno, due, cinque, nove. Ma quanti ce ne stanno?

Questa non è una domanda che suole porsi il vero cobrador, ben cosciente che nello spazio metafisico di una combi, numeri e volumi non sono certo un problema e non lascia mai un passeggero a terra. Che non si dica in giro che non adempia ai suoi obblighi biologici. Naturalmente queste operazioni di carico-scarico di carne umana necessitano di impeccabile coordinazione ed organizzazione, doti innate in chi ha il mestiere che gli scorre nelle vene e la strada sotto i piedi.

Funziona più o meno così.

Scarico: poco prima di giungere alla propria fermata, guidato da un GPS incorporato (essendo il mondo esterno oscurato da muraglie di uomini e donne) il passeggero lancia nell’etere un comando universale, un passpartout di sola uscita, “baja!”, che se necessario viene ripetuto più volte. Il messaggio viene ripescato dall’orecchio mai dormiente del cobrador che con destrezza di calciatore di prima categoria lo palleggia al conducente che a sua volta, prima o poi e rigorosamente senza preavviso, spingerà il piede sul pedale del freno nella brusca maniera prima descritta. Dall’espressione del desiderio di poggiare di nuovo i piedi sulla terraferma al farlo effettivamente, il passeggero sa che dovrà percorrere un non facile ed angusto tragitto, tra vecchie signore e corpulenti signori, che lo condurrà fino al portellone del paradiso. Qui non troverà San Pietro ad accoglierlo, ma bensì il nostro caro cobrador, ad aiutarlo nell’impresa ripetendo velocemente e molteplici volte lo stesso comando, “baja, baja, baja”. Una sorta di mantra di incoraggiamento.

Bene. Si è liberato qualche misero centimetro quadrato di pavimento, è il momento di passare alla seconda fase dell’operazione “combi”.

Questa volta è il cobrador che prende la parola per primo, davanti alla fila disordinata di coloro che nel frattempo sono accorsi numerosi all’entrata del suo regno. La parola d’ordine ora è inversa, “sube”, naturalmente anch’essa ripetuta un numero sconsiderevole di volte con una rapidità da far invidia alle vecchie mitraglie a manovella. I futuri passeggeri non se lo fanno ripetere due volte, anzi no, in realtà molto più di due, e cominciano uno ad uno ad incanalarsi nei meandri del veicolo. Come in tutte le mandrie in movimento c’è sempre quel capo di bestiame che blocca il passaggio degli altri e tocca quindi al cobrador riportarlo all’ordine con un terzo e diverso comando: “avanza p’atras”. Un vero cowboy di queste praterie di cemento!

Nel suo organizzare gli spazi il nostro eroe ha il potere assoluto su ogni forma di vita che a suo rischio decide di entrare nella combi e, colto a sprazzi da buon animo, detta ordini di traslazione a giovani con gli auricolari per cedere il posto alle vecchiette piene di borse che ogni tanto appaiono alle fermate. I bambini, che vedono gli scalini del veicolo come un ostacolo insormontabile, vengono strappati dalle braccia delle rispettive madri per velocizzare le operazioni e vengono collocati come soprammobili in quel sedile che nel frattempo, con amarezza, è stato abbandonato da un disilluso che sperava di poter finalmente appoggiare il fondoschiena dopo ore di viaggio. Ora si, la fila al di fuori del mezzo è terminata, decine di passeggeri sono state stoccate in modo efficiente in quel magazzino su ruote ed il nostro eroe si trova al di fuori del mezzo, da solo, osservando compiacente la sua rete carica di pesci.

Basta poco: due colpetti indelicati sulla sofferente carrozzeria ed il conducente da gas al motore che non si risparmia in sbuffi, botti e lamentele, ma alla fine parte, lasciando dietro di sé letali nuvole nere.

A mio parere questo è il momento più gratificante per il cobrador; ciò che veramente da un senso alla sua presenza su questa terra.

È giunto il tempo di cobrar.

Viene in questa fase utilizzato il quarto ed ultimo comando vocale che gli è stato impartito fin da cucciolo: “passaje”. Gli brillano gli occhi mentre leggiadro danza negli spazi che a forza si ricava tra spalle, schiene e cosce per raggiungere anche gli angoli più estremi e sconosciuti del suo universo e ad essi chiedere di pagare l’obolo, spesso sotto forma di una specie di offerta libera. Il cobrador ha una memoria da far invidia al più potente dei floppy disc e con essa riesce a sapere in ogni istante chi dei passeggeri ha già versato il dovuto e chi no, tenendo nel frattempo a mente anche le fermate che hanno indicato come meta in modo da poter riscuotere prima di una fuga prematura. Nonostante ciò molto spesso un tentativo di seconda passata lo fa lo stesso; non si sa mai che qualche sventurato sotto pressione sganci una monetina in più. Il suo indice, col caricatore pieno, viene puntato addosso a tutti, uomini, donne e bambini, senza distinzione o pietà e i quattrini non tardano ad arrivare copiosi. In genere indossa un gilet che cambia colore col tempo e al variare delle marche di olio utilizzate per il motore, che come caratteristica fondamentale deve avere una tasca enorme per contenere le centinaia di monete che nel suo vagare per le vie di Lima raccoglierà durante la sua giornata lavorativa lunga anche 17 ore. Monete grandi entrano, monete piccole escono. Dio solo sa cosa succede all’interno di quella tasca.

Al terminare il raccolto il cobrador può ritenersi felice e soddisfatto, contando e facendo suonare i tondini che ancora tiene in mano.

Come ogni contadino alla fine della giornata di lavoro può sedersi ad ammirare il frutto delle sue mani, riposare, alzare il volume della radio gracchiante e godersi i pochi secondi che lo separano dalla prossima fermata, per poi iniziare un altro giro sulla giostra che accompagna la sua vita. Paradero dopo paradero.

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