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Rientrati dal confine siriano i tre ragazzi lignanesi


Partiti da Lignano lo scorso 28 Ottobre hanno attraversato 9 paesi percorrendo a ritroso il tragitto che migliaia di profughi intraprendono quotidianamente per raggiungere l’Europa. Accompagnati da un rotolo di carta di 30 metri hanno potuto interagire attraverso il linguaggio dell’arte fornendo ai migranti stessi, per lo più ai bambini, un mezzo universale per raccontare il loro viaggio


Arrivano in Slovenia e dopo qualche giorno a Lubiana si recano al confine austro-sloveno in cui le condizioni dei migranti, in quei giorni, erano piuttosto tragiche. Decidono poi di spostarsi verso sud e dopo un treno ed alcuni giorni di cammino giungono a Dobova. Qui, ospitati dal parroco si ritrovano a fare i volontari per alcuni giorni nel campo militarizzato ma ben funzionante del paese al confine con la Croazia. Entrano in terra croata e dopo una breve tappa a Zagabria è la volta del campo di Slavonskj Brod. Qui la situazione ha del grottesco, a gestirlo in tutto e per tutto sono i militari che rendono praticamente impossibile entrare come volontari ma il campo è completamente vuoto.

Decidono così di entrare in Serbia e giungono a Belgrado dove entrano sin da subito all’interno del vortice dell’accoglienza. Passano le mattine come volontari al centro di solidarietà spontanea Miksaliste ed i pomeriggi al parco a svolgere varie attività di disegno sul rotolo con i ragazzi e bambini presenti, chi di passaggio per alcune ore e chi si ferma qualche giorno dopo l’estenuante tratta bulgara. Dopo una beve parentesi a Sarajevo tornano nuovamente in Serbia e qui il padre, ormai di tutti e tre, non senza difficoltà prende la via del ritorno verso casa.

Con gran voglia di staccare dal cemento i tre si dirigono verso il confine con la Bulgaria alla ricerca della ruralità sempre più preziosa. Dopo giorni di cammino, notti in tenda sui monti e incontri rocamboleschi giungono in un paesino sperduto fatto di casette in terra e contadini. Trovano ospitalità da un anziano produttore di rakia e a suon di mele tagliate gustano la magica ospitalità della gente di quelle zone. ‘’Persone da cui tutti noi dovremmo imparare l’arte dell’ospitalità, arte sincera che non necessita di domande‘’ dice Paolo alla fine di queste breve ma intensa esperienza rurale.

Dopo giorni di cammino è ora dei bus che li portano a Presevo, sul confine con la Macedonia e con vista sul vicino e bistrattato Kosovo. Qui l’atmosfera cambia totalmente, i minareti fungono quasi da comitato d’accoglienza per tutte le persone provenienti dalla Macedonia. Il campo di registrazione è off limits, il vero fulcro dell’azione è la stazione dei treni dove i profughi passano ore ed ore in una fredda attesa del prossimo treno verso nord. E’ qui che i volontari possono agire cercando di donare un po’ di calore ed è qui che i tre sperimentano per la prima volta il potere magico del rotolone. ‘’Eravamo degli estranei e tutto ad un tratto, quando il rotolo era li per terra con i pennarelli, tutte le barriere sono svanite. All’improvviso c’erano bambini che disegnavano, io ho iniziato a ritrarre un bambino che a sua volta mi ha ritratto sul rotolo, una mamma si è avvicinata per darmi lezione di arabo e altri ragazzi si sono avvicinati a scrivere. Era come se per un attimo l’arte avesse permeato quella triste stazione di magia. E’ stata una grande sorpresa per me vedere come possa avvicinare così velocemente le persone e metterle in comunicazione diretta, senza bisogno di parole’’ queste le parole di Tommaso appena lasciata la stazione alla volta di Skopje. Dopo due giorni di riposo è ora di spostarsi verso la calda situazione sul confine tra Grecia e Macedonia in cui da pochi giorni è stato innalzato un muro di filo spinato ed un immenso muro burocratico per tutti coloro che non provengono da Siria, Iraq o Afganistan.

La situazione che li accoglie è disumana. I tendoni posti dalle grandi organizzazioni non sono minimamente sufficienti ad ospitare le migliaia di persone che ogni giorno si riversano qua per passare il confine. La maggior parte delle persone dormono in piccole tende che non resistono all’acqua e qua è la vengono bruciati i travi di legno della rotaia per combattere il freddo pungente. Il cibo è scarso e gli unici pasti caldi sono dispensati da un food truck giunto per l’occasione, ma pochi se lo possono permettere. Alcuni ragazzi raccontano che ogni giorno muore qualche bambino. Dei ragazzi africani esprimono la loro depressione e non nascondono il pensiero di farla finita. La tensione è alle stelle.

Traumatizzati da questa scena a dir poco tragica alle porte dell’Occidente si spostano a Kavala, uno dei punti d’arrivo dei traghetti che partono da Lesbo. Dopo qualche giorno decidono di prendere lo stesso traghetto e di raggiungere la suddetta isola greca.

Senza nemmeno accorgersene si ritrovano sin dal primo giorno inseriti nel vortice dell’azione in un campo indipendente sorto vicino ad una delle spiagge in cui sbarcano quotidianamente centinaia di persone. Piazzano la tenda sulla spiaggia e per giorni non si muovono dal campo, si forma un bel gruppo di volontari e si cucina tutto il giorno per garantire ai neo arrivati un pasto e una bevanda calda, c’è il reparto vestiario e si allestiscono delle tende in cui poter passar la notte. I volontari migliori son proprio le persone appena sbarcate che vogliono dimostrare l’immensa gratitudine per quel poco ma sincero aiuto che ricevono, sono giorni stancanti ed emotivamente fortissimi. Dopo due settimane frenetiche i tre entrano in Turchia e si recano ad Izmir per capire qualcosa in più sul traffico di esseri umani. Non si vendono solo passaggi a caro prezzo per arrivare in Grecia su miseri pezzi di gomma, si trafficano bambini e si rivendono i giubbotti salvagenti raccolti sulle spiagge di Lesbo. Un commercio senza scrupoli.

Finalmente arrivano a Istanbul dove li aspetta l’ONG Support To Life per realizzare un progetto d’arte coi bambini siriani che partecipano alle attività del centro dell’organizzazione. Si ritrovano da subito in mezzo a un gruppo di amici siriani, artisti ed attivisti, che ogni giorno si ritrovano al centro comunitario Ad.Dar. Il progetto inizia e dopo una serie di attività tra disegno, brainstorming vari, giochi teatrali e giardinaggio viene identificato il tema che verrà poi rappresentato sul muro del centro : La speranza è la strada.

Dopo tre settimane di vita a Istanbul uno dei tre viaggiatori torna in Italia per motivi personali e gli altri due iniziano a prepararsi per rimettersi in viaggio. Dopo decine di ore in bus costeggiando il Mediterraneo arrivano finalmente ad Antachia, una delle prime città in cui approdano gli sfollati siriani. Qui si recano in un villaggio vicino al confine, paesino a maggioranza siriana, in cui progettano di svolgere delle attività artistiche in un centro comunitario. Il ‘’caso’’ vuole che una mattina incontrano un losco personaggio che riesce per un attimo ad abbindolarli. Parla molto bene, dice che ha contatti in Siria e sul confine, conosce varie realtà in cui potrebbero dare una mano e chiede soldi, per aiutare persone lui dice. Diventa pressante, li segue e ogni giorno fa loro visita in pensione. I due non si sentono più al sicuro, non sanno fino a dove l’uomo si potrebbe spingere per soldi, sono stanchi dal viaggio e decidono così di cambiare piani. Hanno percorso 3000 km e hanno fatto molto, sentono di essere stanchi e decidono che è ora di tornare a casa. Prendono un aereo e passano un po’ di giorni a Istanbul ospiti dagli amici siriani e poi, sempre in aereo, tornano a casa.

Dopo un meritato riposo si metteranno al lavoro per conferire al rotolo la giusta importanza. Credono infatti che esso rappresenti un nuovo modo di parlare dell’attuale situazione dei profughi, sono infatti i bambini stessi che attraverso l’arte, linguaggio di tutti e per tutti, raccontano il loro viaggio fatto di tragedia e tanta speranza. Cercheranno quindi il modo di tradurlo e di realizzare un libro su esso basato, poi si metteranno alla ricerca di un editore.


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